Daniel Panajotti - accademia tennis Verona

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Martedì 25 aprile 2006

RASSEGNA STAMPA

L’AZZURRA È SALITA ALL’11º POSTO NELLE CLASSIFICHE MONDIALI
Schiavone: ora ho imparato come si batte una numero 1
25/4/2006
di Stefano Semeraro


La «Schiavo» è una che avrebbe potuto perdersi, e non l'ha fatto. Una di quelle che il talento ce l'hanno scritto in faccia, stampato nei muscoli, ma poi magari sbagliano strada e finiscono spalle al muro, infilate in una storia che non porta da nessuna parte. Niente di molto doloroso, solo una delusione in più da aggiungere alle tante del nostro sport. «Aveva 22 anni e nessuno sapeva come era arrivata fin lì», spiega Daniel Panajotti, il coach argentino che l'ha raccolta mentre galleggiava attorno al numero 40 della classifica mondiale e trasportata a un passo dalle top-10. «Ed è un peccato, perché se attorno ai 13-14 anni qualcuno l'avesse curata nel modo giusto, oggi l'Italia avrebbe una potenziale numero 1». 

Oggi comunque Francesca Schiavone, anni 26 da compiere a giugno, milanese, la migliore di tutti in Italia, è arrivata a un passo da dove può, deve arrivare. Numero 11 del mondo, Masaniella sorridente di un'Italia scugnizza che in Fed Cup, la Coppa Davis delle donne, si è guadagnata una semifinale praticabile con la Spagna, una finale tutt'altro che impossibile, forse con gli Usa, forse in Italia. Merito anche di Flavia Pennetta, la nostra numero due, di capitan Barazzutti, delle doppiste Vinci e Santangelo. Ma la Leonessa d'Italia è Francesca: per talento, classifica, furore e amore. La Schiavo adora la bandiera, sente i brividi quando la banda sfanfara Fratelli d'Italia, e non se ne vergogna. Ama la maglia azzurra e quando se la stira sulle spalle ben palestrate, come riconosce capitan Barazzutti, «dà il meglio di se stessa, si esalta, è un esempio per tutti». La prima a sprintare, la prima a coprire di lacrime, braccia, felicità le compagne che vincono. Líder máxima. «Forse è così, ma è una cosa che dovete dire voi - spiega lei con una bella voce tranquilla, mentre la macchina fa vroom vroom fra Nancy e il prossimo torneo -. Io mi sento quella di sempre, in fondo una ragazza semplice, curiosa di quello che le succede. Certo le vittorie in nazionale hanno un sapore diverso, lì è una per tutte e tutte per una. E dopo aver battuto la Mauresmo, lo confesso, mi sono emozionata. È stata una vittoria molto importante. Per me, e soprattutto per tutto il tennis italiano». 

La Mauresmo l'aveva già battuta a Mosca lo scorso anno, quando infilò anche la Dementieva e si fermò solo contro la Pierce in finale, «ma il segreto per vincere contro la numero uno del mondo non ve lo dico - sghignazza - perché ancora devo batterla a Parigi». Roland Garros, il sogno neanche tanto nascosto. L'anno scorso è stato l'anno del click, la stagione nuova in cui Francesca si è definitivamente tolta una pelle che le stava stretta. Quella della ragazza golosa di mondo ma timida, introversa, irrigidita da una educazione molto seria, resa diffidente da incontri e maestri sbagliati. Sotto la guida pragmatica di Panajotti, Francesca ha capito di potersela giocare con le più forti. Usando coraggio, un fisico da puma, perfetto per lo sport, colpi che quasi nessun’altra possiede, ammirati dalle colleghe che contano. Il matchpoint da terrore alla Mauresmo è andata a cancellarlo a rete, attaccando, e digrignando, «perché in quei momenti lì ci vuole un po' di follia». 

La follia che le fa scambiare dialoghi birichini con gli amici in tribuna, tanto da beccarsi un tapiro da Striscia; che le fa sollevare il gonnellino in campo o ammettere felicemente che «se mi piace un uomo la prima cosa che gli guardo è il sedere». A Miami ha sciupato un'occasione d'oro per entare fra le top-10, ma il traguardo storico è sempre lì, a portata di racchetta. «Guardate che io top-ten mi sento da tempo, ma un conto è pensarlo, un conto è arrivarci davvero. Adesso bado a giocare un match dopo l'altro, a migliorarmi ancora, senza costruire castelli mentali che non esistono. L'unica cosa di cui ho bisogno è un po' più di sicurezza in tutto quello che faccio. E vincere finalmente un torneo, un grande torneo». Già. Sette finali giocate, sette finali perse, comprese le due lasciate quest’anno con molti rimpianti alla Henin a Sydney e alla Petrova ad Amelia Island. Trac, maledizione, psicosi? «No, solo questione di tempo - ribatte Panajotti -. Da piccola nessuno le ha insegnato come vincere, quello è l'ultimo passo. Chi vince le partite sono i giocatori, non i coach, e Francesca lo sa». Anche Silvia Farina si smarrì sette volte in finale, prima di agguantarne una. «Magari vinco la prossima e poi altre quindici di fila - ride la Leonessa -. La verità è che con me non si sa mai».