Autostima e Sport: 10 frasi che possono mettere a rischio lo sviluppo dell’atleta

Non tutti gli allenatori, dirigenti, staff, giocatori sono consapevoli dei processi sottostanti all’autostima, nè di quanto possa essere grande il peso di una parola. In particolare genitori e allenatori, che sono le figure di riferimento dei ragazzi, devono essere consapevoli che il loro giudizio ha un valore enorme. Ma vale anche per compagni di squadra, partner, cugini, nonni, ecc. Ecco alcune frasi che sarebbe meglio evitare perché possono andare a inficiare il processo di sviluppo dell’autostima o distruggere quella esistente:

  1. “è colpa tua”: colpevolizzare non è utile. Se è stato commesso un errore è importante spiegarlo e proporre soluzioni o insegnare come fare le cose diversamente, tenendo conto che l’errore è necessario in un processo di miglioramento. Sarebbe opportuno inserire indicazioni proattive alla prestazione o al gesto tecnico;
  2. “Sei insicuro”: questa frase non farà che aumentare le insicurezze e dunque abbasserà l’autostima. Sarebbe decisamente più utile aiutare la persona ad accettare il rischio e portarlo ad una consapevole predisposizione al rischio;
  3. “Non posso essere amico (o qualsiasi altro ruolo) di una persona che…”: questo è un chiaro tentativo di manipolazione, che fa sentire il destinatario profondamente inadeguato. E’ un bias psicologico devastante inserire l’amicizia con una prestazione o u risultato sportivo;
  4. “Sei troppo drammatico”: limita e giudica la libertà di espressione della persona, che sta esprimendo un disagio e se ha scelto di parlarne con te probabilmente significa che ha bisogno di supporto e che ha fiducia o stima di te. In questo processo è determinante che l’ educatore, che sia genitore, insegnante o allenatore metta l’accento sul comportamento “questo tuo comportamento è troppo drammatico rispetto alla realtà, hai solo fatto un errore, puoi ancora recuperare!” piuttosto che attaccare l’identità della persona;
  5. “Hai bisogno di me”: altra frase con intenzione manipolativa, che sminuisce l’autostima e autonomia della persona a cui è rivolta. Questo tipo di atteggiamento sottende una parte narcisistica che prova a sottomettere l’altro;
  6. “Non l’ho detto”: se ci si è pentiti di ciò che si è detto, non esiste niente di più educativo e costruttivo che ammettere che ci si è sbagliati;
  7. “Ma tu hai fatto”: significa riproporre e rinfacciare costantemente eventi del passato. È molto più funzionale investire attenzione e risorse nel presente e nel futuro;
  8. “Non sei capace/ Lascia stare, faccio io/è troppo difficile per te”: Spesso si tende a fare e non a insegnare. Nega il bisogno di esplorazione, quindi la necessità di provare e imparare per tentativi ed errori. È la frase perfetta per inibire ogni iniziativa e compromettere la creatività;
  9. “Sei il peggiore”: Un giudizio che può inficiare la fiducia nel ragazzo e il proseguo della disciplina sportiva che sta svolgendo, credo che sia capitato a tutti di sentirselo dire almeno una volta e che ricordiamo ancora il dolore che si prova. Inoltre non porta con sé nessuna strategia di miglioramento;
  10. ”Mi hai deluso”: come la n° 9 crea sofferenza e si riferisce al passato, quindi a qualcosa che in ogni caso non può essere cambiato. Questo rende impotente l’atleta.  Credo che nessuno entri in campo per fornire una pessima prestazione, e i ragazzi sanno quando hanno deluso i coach, i tifosi ecc. In questo caso sarebbe più opportuno, come allenatore, rivedere le proprie aspettative e obiettivi e quelli dell’atleta, ricercando un confronto costruttivo su cosa abbia inficiato la performance. Si deve dire quando l’atleta sbaglia, l’importante è insegnarli a riflettere su cosa non abbia funzionato, senza distruggere la sua immagine di sè.

È di fondamentale importanza la tutela dell’identità della persona e della sua autostima, che sia adulta ma ancor di più se è in via di sviluppo, soprattutto quando si ricopre un ruolo di figura di riferimento.

L’autostima è definita come l’insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso (Battistelli, 1994). Ha a che vedere con l’immagine di sé, con come l’individuo si percepisce, con la consapevolezza del proprio potenziale.

L’autostima dipende dal confronto tra il Sé ideale (come vorrei essere) e il Sé reale (come sono o come penso di essere). Più è piccola la differenza, più alta sarà l’autostima e viceversa. Avere un’alta autostima significa essere consapevole dei propri punti di forza e di debolezza, solitamente si tratta di persone che si impegnano nel cercare di esprimere il proprio potenziale o nel raggiungere i propri obiettivi. Questo proprio perché, sentendosi confidenti, rendono più probabile la realizzazione degli obiettivi, poichè mettono in campo tutte le loro risorse per raggiungere ciò che si propongono. Ovviamente l’alta autostima è funzionale fino a che non sfocia in manifestazioni narcisistiche, in cui l’autostima è eccessivamente elevata rispetto alla realtà.
Una bassa autostima invece genera insicurezza, dubbi che ostacolano il potenziale più dei reali limiti. È collegata con un basso entusiasmo e impegno, proprio perché l’individuo ha una percezione distorta delle proprie capacità e probabilmente cercherà di evitare un reale confronto perché è già predisposto mentalmente al fallimento. Per esempio un atleta con bassa autostima sta prevalentemente in comfort zone, perchè ha paura di provare cose nuove, di rischiare poichè è in mancanza di confidence (https://www.psicologidellosport.it/stato-di-flow-piramide-prestazionale/).

Per un sano sviluppo e mantenimento dell’autostima sono necessarie diverse condizioni:

  • Vivere in un ambiente sereno, dove i bisogni di sicurezza e affettività siano soddisfatti;
  • Vivere in un ambiente stimolante, che risponda ai bisogni di esplorazione e dunque permetta di sperimentare e confrontarsi con i propri limiti senza essere giudicato;
  • Che l’ambiente sia tollerante e supportivo;
  • Essere “visto” dalle sue figure di riferimento, nel senso di essere riconosciuto e accettato per la sua identità e dei suoi bisogni. Questo permette al bambino/ragazzo, ma anche all’adulto, di conoscersi e sviluppare consapevolezza dei propri bisogni e dunque di imparare a rispondervi in maniera efficace.

L’autostima è collegata anche al locus of control e all’autoefficacia. Quest’ultima è definita come la fiducia nelle proprie capacità di escogitare le strategie che ci consentono di affrontare nel modo ottimale qualsiasi evenienza, corrisponde alla consapevolezza di essere capace di dominare specifiche attività, situazioni o aspetti del proprio funzionamento psicologico o social; è la percezione che abbiamo di noi stessi di sapere di essere in grado di fare, sentire, esprimere, essere o divenire qualcosa (Bandura, 2000). Raggiungere efficacemente ciò che mi propongo, rafforza la mia autoefficacia e, di conseguenza, la mia autostima.
Il locus of control ha a che vedere con le attribuzioni di causa, le spiegazioni che ci diamo degli eventi. Le spiegazioni possono essere interne (“grazie a me”/”per colpa mia”) o ricercate all’esterno. Chiaramente è più probabile che una persona con bassa autostima attribuisca cause esterne ai successi (per esempio fortuna, ecc.) e interne ai fallimenti.

Una parola può ferire, una parola può guarire.

 

A cura di Dott.ssa Perez Roldan Agustina

PSICOLOGI DELLO SPORT

CEO DOTT. ALESSANDRO BARGNANI

 

Bibliografia

Bandura, A., (2000). Autoefficacia. Teoria e applicazioni. Erickson

Sitografia

https://ognigiornomagazine.com/otto-frasi-che-le-persone-negative-usano-per-abbassare-la-nostra-autostima/

https://www.stateofmind.it/tag/autostima/

http://www.albertocei.com

 

Pubblicato anche su https://www.psicologidellosport.it/lautostima-e-sport-10-frasi-pericolose/